
- Image by …-Wink-… via Flickr
Prima di essere un prete sono un uomo con la sua storia, che a sua volta è concatenata ad altre storie. È studiando la vita di mio nonno Ernesto che ho capito il senso del 25 aprile e quanto la lotta di liberazione mi scorra nelle vene.
Partì ventenne per “conquistare” l’Albania, espressione di un reggio esercito ad eseguire le velleità di impero d’Italia. Combattè la misera resistenza albanese col suo cavallo e il suo mortaio. Fu proprio quella resistenza albanese a liberarlo dai nazisti che dopo l’8 settembre ormai lo considerava un nemico. Partecipò alla liberazione del Montenegro, lottò al fianco di Tito in Jugoslavia, lui stesso lo ringraziò con il dono di un anello. Quando la sua brigata entrò in Italia si occupò della liberazione di Milano, ma nei suoi ricordi non gioia ed esultanza, ma solo il gran numero di morti che con le sue mani ha seppelito. Quando si congedò a Bari aveva tre croci di ferro al valor militare e una malattia polmonare che negli anni, secondo me, lo condusse alla morte.
Chi ha saputo leggere questa storia ha trovato mille contraddizioni, ma anche questo è stata la lotta di liberazione e la guerra; è proprio per queste contraddizioni che ogni italiano, degno di questo nome, dopo la guerra si è riconosciuto in quel “ripudia” che è all’articolo 11 della costituzione repubblicana.
Questa storia è mia, mi appartiene e io ho il dovere della memoria, perché sono libero, libero di emanciparmi, libero di esprimermi in questo blog.
Sono un anello di una catena che consegnerà il 25 aprile per sempre.
Grazie
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