Nell’anno dedicato al sacerdozio molti sono i richiami che a noi preti ci pervengono al fine di coltivare la vita spirituale. Sono sempre stato convinto, finché non si è giunti alle vette della mistica,  che una sana vita spirituale deve fare i conti con la vita concreta, gli aspetti più umani devono diventare realtà spirituali. Guardare in faccia la realtà è quindi il punto di partenza per poi poter prendere il largo. Da questo post non vi aspettate nulla di edificante, non sarà come lo spot della Chiesa Cattolica che ogni anno da aprile ci ricorda il volto bello dei preti.

I problemi più concreti sono tutti a riferirsi che ci troviamo in un epoca che è radicalmente diversa da quella che ci ha preceduto, le soluzioni che il clero o la gerarchia ha trovato nei secoli oggi non necessariamente risolvono, persistere in alcuni stili non è solo inutile ma può risultare dannoso.

Sistemazione di alloggio, vitto, lavatura e stiratura (come direbbe Totò), è il primo che si incontra, particolarmente al primo incarico, perché di solito è la parrocchia libera più alta, in senso di quota altimetrica, dove a questo punto bisogna decidersi, o si fa l’eroe decidendo di obbedire al diritto canonico e quindi si risiede nel territorio, oppure si fa il pendolare con un normale detrimento dell’azione pastorale.
Trovata la sistemazione di casa, chi ti aiuta nelle faccende domestiche? I preti giovani di un tempo trovavano la perpetua, doveva essere anziana e arzilla; diciamoci la verità oggi dove sono più? Soprattutto con la qualità della riservatezza. Ok, fai da solo. Ma allora nessuno chieda piena disponibilità. Avete mai provato a cucinare qualcosa cercando di rispondere continuamente al citofono e al telefono?
Qualcuno poi ricorda che c’è sempre l’opportunità della vita comune che ci disimpegna dall’obbligo alla residenza, cioè i preti potrebbero raccogliersi in un’unica casa, troppi tentativi falliti a volte miseramente, secondo me per uno scontro di qualità necessarie, ciascun prete è ontologicamente conformato a Cristo capo, e due “capi” insieme son già troppi; in quest’ottica sarebbe già un bel traguardo farli collaborare nell’azione pastorale.

La vita affettiva del prete è la meno stabile che possa esserci perché alla prima difficoltà, appena emerge una fragilità fisica, umana o spirituale, quando gli tocca richiamare la comunità, si può far la conta di chi gli resta vicino tra parrocchiani, confratelli e gerarchia.
Il credito di fiducia necessaria perché il prete eserciti il suo ministero è ciò che si vende al più caro prezzo. Per ciò che si sente di preti pedofili e truffaldini, la gente comune non si fida più di noi. Ordinariamente appena esce un pettegolezzo su un sacerdote, si va alla ricerca di ipotetiche prove a suffragare le tesi sentite dalla parrucchiera, una vita come la nostra che è sempre sotto la lente d’ingrandimento offre continui spunti alle ambiguità delle malelingue.
Conosco il caso di un confratello che accusato di pedofilia, non godeva nemmeno della fiducia del suo avvocato difensore che lo consigliò di patteggiare; il giudice, trovandosi davanti le prove dell’inequivocabile innocenza del sacerdote lo condannò al minimo sospendendogli la pena; a questo sacerdote non è rimasto che espatriare. Quindi appena so che qualcuno fa un pettegolezzo su di me ringrazio il cielo che non sia qualcosa che riguardi il penale.

Le responsabilità del parroco sono varie e completamente differenti. Vi sembrerà strano, ma mi è tornata più utile la conoscenza appresa in 5 anni di geometra che quella di 7 anni di teologia. Mi sono occupato in 7 anni di vita sacerdotale più della qualità del cemento da usare per una ristrutturazione che della qualità della vita spirituale dei miei fedeli.
In 7 anni son passate per le mie mani oltre un milione di euro, spesi per strutture sulle quali han messo bocca tutti, a cominciare dalla Soprintendenza, ma nessuno di questi ci ha messo un centesimo.
Sinceramente mi vanto e mi pesa ora non aver i soldi per comprarmi un mezzo idoneo ai miei spostamenti.

A queste situazioni deve corrispondere una forte solidità del sacerdote, umana, fisica e spirituale. Ma per essere solidi bisogna aver obiettivi chiari. Ulteriore problema è la determinazione degli obiettivi pastorali.
L’azione pastorale del sacerdote dovrebbe essere ciò che si frappone tra la situazione concreta e gli obiettivi.
Il 99% della popolazione frequentante (che a sua volta è magari il 30% della popolazione residente), partecipa alla vita pastorale con queste motivazioni: quietare la coscienza sporca, rassicurarsi rispetto alle paure primordiali, darsi un ruolo sociale attraverso gli impegni ecclesiali; questi si oppongono con tutte le forze a qualunque seria azione pastorale perché è molto più rassicurante una festa di San Pasquale con banda alla processione e la serata canora, che un ritiro e un’attività caritativa; sono convinto che non si decide con forza per una seria conversione pastorale per evitare di perdere la gente che è ancorata all’immaginetta e ai profumi sacri; io direi volentieri “…e chi se ne frega!”, ma il sostegno ecclesiale in una scelta così significativa?
Senza parlare degli organismi di partecipazione alla responsabilità, se non c’è la condivisione degli obiettivi sono solo covi di vipere. Purtroppo ci ritroviamo generazioni di gente che di quello che dice il Vangelo e la Chiesa cattolica si fanno un baffo, loro hanno sempre fatto così e così deve restare, sperano sempre che qualsiasi cosa apporti sia una trasformazione gattopardiana.
Di solito chi determina gli obiettivi pastorali il contatto che ha con la realtà se va bene è Avvenire, qualche statistica se è sufficientemente aggiornato. Ho visto percorsi pastorali che erano l’orario dei treni: “entro il 30 giugno tutte le parrocchie devono avere il consiglio pastorale”, ma che poi se ci fosse gente motivata non importa a nessuno.
Che senso ha avere le chiese piene se poi non si distinguono da una sala giochi o una sala d’aspetto?
Aggiungici che ogni tanto lo perdi l’obiettivo, che ti distrai, sei stanco, se tentato, come tutti…

Qualcosa di spirituale ora ve la confido. Intendo affrontare l’anno che verrà sotto la guida della preghiera che mi fa usare il Messale Romano: “O Dio, che mi hai posto alla guida della tua famiglia
nel sacerdozio ministeriale, non per i miei meriti, ma soltanto per la tua grazia, fa’ che io compia degnamente il mio servizio e preceda, sulla via del Vangelo, la comunità che mi hai affidato.”. Un po sarà per me come il risuonare il “Chi mi ama mi segua” di Santa Giovanna D’Arco o il “Fatemi miei imitatori, perché io lo sono di Cristo” di San Paolo. Io ho chiari i miei obiettivi nonostante tutto. Tu?

Grazie

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Ho provato molte volte a spiegare il senso del servire.
È molto difficile. Capita anche a me di dimenticare che significa.

A volte pensiamo che servire sia rispondere ad ogni richiesta ricevuta.
A volte siamo convinti che servire sia aggiungere qualcosa alla vita degli altri.
A volte ci proponiamo come i salvatori dell’universo, sol perché ci hanno chiesto di servire.
A volte dietro i nostri gesti di servizio nascondiamo logiche di potere.
A volte pretendiamo che qualcuno ci ringrazi perché siamo li per servirlo.

Servire è far emergere le esigenze più profonde. Spesso servire è non far nulla, ma mostrare a gli altri che servono a qualcosa. Servire è fidarsi. Servire è affidarsi.

Lunedì scorso, a Coppito di L’Aquila, una ragazza con un grave handicap mi ha visto stanco; ha purificato il mio viso, la mia mente e miei occhi con una salviettina umidificata; ero andato li per servirla.

Grazie Noemi.

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Puoi focalizzare i problemi
Yes we camp do it Oppure puoi focalizzare i tuoi obiettivi Yes we camp do it
a te tocca scegliere.
Grazie

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Fino a quando non ho sentito questa canzone cantata dai bambini di L’Aquila, non le avevo dato peso.
Ora ogni frase è un ricordo e un pensiero.


Tra le nuvole e i sassi passano i sogni di tutti
passa il sole ogni giorno senza mai tardare.


    Lo splendido panorama di abbruzzo ci accolto con il nostro carico di attese. Il sole che picchiava sulle nostre teste ogni giorno…


Dove sarò domani?
Dove sarò?


    Le guerre tra poveri per l’assegnazione delle case. Un pensiero alle vedove con un solo punto.


Tra le nuvole e il mare c’è una stazione di posta
uno straccio di stella messa lì a consolare
sul sentiero infinito del maestrale
Day by day
Day by day
hold me shine on me.
shine on me
Day by day save me shine on me
Ma domani, domani, domani, lo so
Lo so che si passa il confine,
E di nuovo la vita sembra fatta per te e comincia domani
domani è già qui


    Tanta la Speranza da voler donare, in realtà tanti progetti che potranno cominciare domani.


Estraggo un foglio nella risma nascosto scrivo e non riesco forse perché il sisma m’ha scosso


    Tante cose che vorrei fissare nella mia mente, comunicare, ma come lo descrivi il terremoto?


Ogni vita che salvi, ogni pietra che poggi, fa pensare a domani ma puoi farlo solo oggi
e la vita la vita si fa grande così
e comincia domani


    La maceria della chiesa che mi ha consegnato don Mauro, che conserverò come vera reliquia della croce che porta il popolo di abbruzzo


Tra le nuvole e il mare si può fare e rifare
con un pò di fortuna si può dimenticare.
Dove sarò domani? Dove sarò?
oh oh oh


    Il terremoto che questa esperienza ha provocato intorno a me dove mi porterà?


Dove sarò domani che ne sarà dei miei sogni infranti, dei miei piani
Dove sarò domani, tendimi le mani, tendimi le mani


    La preghiera che mi accompagna, rivolta non ad altre persone se non in colui che non mi deluderà


Tra le nuvole e il mare si può andare e andare sulla scia delle navi di là del temporale e qualche volta si vede domani
una luce di prua e qualcuno grida: Domani


    Tanta Speranza che il popolo di abbruzzo mi ha consegnato


Come l’aquila che vola libera tra il cielo e i sassi siamo sempre diversi e siamo sempre gli stessi, hai fatto il massimo e il massimo non è bastato e non sapevi piangere e adesso che hai imparato non bastano le lacrime ad impastare il calcestruzzo eccoci qua cittadini d’Abruzzo


    Anch’io ho imparato a piangere perchè solidale. Ho dato il massimo, ma non è bastato. Ma anche una mia lacrima sarà parte dell’impasto per far risorgere L’Aquila che tornerà a volare.


e aumentano d’intensità le lampadine una frazione di secondo prima della fine e la tua mamma, la tua patria da ricostruire, comu le scole, le case e specialmente lu core e puru nu postu cu facimu l’amore


    L’attesa degli sfollati per la ricostruzione è diventata mia. Voglio per loro case e non tende, per l’initimità della famiglia, scuole e non ministri in bella mostra per una pluriclasse di pochi bambini.
    Una Comunità da ricostruire nel suo tessuto sociale ed ecclesiale.


non siamo così soli
a fare castelli in aria
non siamo così soli
sulla stessa barca
non siamo così soli
a fare castelli in aria
non siamo così soli
a stare bene in Italia
sulla stessa barca
a immaginare un nuovo giorno in Italia


    La foto nostra sulla quale don Mauro ha scritto “non siamo così soli!”


Tra le nuvole e il mare si può andare, andare
Sulla scia delle navi di là dal temporale
Qualche volta si vede una luce di prua e qualcuno grida, domani
Non siamo così soli


    Il non esser stato solo a condurre una barca che affrontava il mare in tempesta.



Domani è già qui
Domani è già qui

Ma domani domani, domani lo so, lo so, che si passa il confine
E di nuovo la vita sembra fatta per te e comincia domani
Tra le nuvole e il mare, si può fare e rifare


    Il confine tremendo tra paura e Speranza, chi fa difficoltà a passarlo.


Con un pò di fortuna si può dimenticare
E di nuovo la vita, sembra fatta per te
E comincia

domani
E domani domani, domani lo so
Lo so che si passa il confine
E di nuovo la vita sembra fatta per te
E comincia domani
Domani è già qui, domani è già qui


    La Speranza non comincia in un domani generico, ma nei semi che gettiamo oggi e qualcun altro raccoglierà.

Spero di poterla ascoltare presto senza dover ogni volta inumidire gli occhi.

Grazie


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Sono tutti a dormire o quasi. Io come per ogni occasione importante non chiuderò occhio. Per questi ventiquattro ho dato il meglio delle mie forze perché facessero un’esperienza eccezionale, così è andata.
Incontri, volti, pianti, tutto organizzato perché facessero esperienza di servizio.
Anche loro hanno dato il meglio, anche se (per provvidenza) hanno viste tradite le aspettative.
Qui hanno lasciato il segno in ogni persona incontrata.
Di loro ne vado fierissimo e basta.
Ora che è finita questa avventura ne comincia un’altra, di cui ho una sola aspettativa e non verrà tradita: il Signore ci interrogherà di nuovo e noi sappiamo dove cercarlo.
Grazie a tutti.

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La chiesa di Sant’Elia è stata quella più fotografata dopo il terremoto.
Don Mauro, il parroco, ci dice che è pericolante ma nonostante le richieste nessuno l’ha transennata; gli capita spesso di dover gridare verso qualcuno di stare lontano da questa chiesa.
Anch’io vorrei gridare “state lontani da quella Chiesa”; vorrei poter dire liberamente che certi modelli di fare Chiesa non le appartengono e sono più pericolanti delle false sicurezze che vogliono trasmettere.
La Chiesa che ho come modello ha solo da trasmettere una certezza: Cristo è morto e risorto per condividere con l’uomo la sua situazione e risollevarlo dalla condizione in cui è caduto; tutto il resto o si asserve a questa certezza, oppure è pericolante.
Grazie

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Finalmente ho trovato 10 minuti per liberare la mente dai problemi e dalla responsabilità di aver portato ventiquattro persone qui nel cuore dell’emergenza.
Mi sono fatto un giro (!) qui a Sant’Elia.
Finalmente posso chiamare casa. Una sola domanda: “Ci sono i cordoli di coronamento a casa nostra?”
Tutti gli altri possibili problemi qui sembrano nulla.
Grazie

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