Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita. (William Shakespeare; Prospero: atto IV, scena I)
Leggendo con calma qualcosa di Paolo, tra le rovine di Corinto mi sono imbattuto in:
Prima lettera ai Corinti 5,9-13
Vi ho scritto nella lettera di non mescolarvi con chi vive nell’immoralità. Non mi riferivo però agli immorali di questo mondo o agli avari, ai ladri o agli idolatri: altrimenti dovreste uscire dal mondo! Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello ed è immorale o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro: con questi tali non dovete neanche mangiare insieme. Spetta forse a me giudicare quelli di fuori? Non sono quelli di dentro che voi giudicate? Quelli di fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio di mezzo a voi!
Credo che sia parte della nostra opera saper separare la notte dal giorno, la terra dal mare, altrimenti non puoi coglierne l’unità perfetta.
«Nulla, proprio nulla ha senso se non ammettiamo, con John Donne, che: “Nessun uomo è un’isola, in sé completa: ognuno è un pezzo di un continente, una parte di un tutto”»
«Quello che faccio viene dunque fatto per gli altri, con loro e da loro: quello che essi fanno è fatto in me, da me e per me. Ma ad ognuno di noi rimane la responsabilità della parte che egli ha nella vita dell’intero corpo»
Basta poco a farsi grandi: considerarsi il centro del mondo, usare le paure e offrire oracoli sul futuro.
Tanti pellegrini giungevano a Delfi, alla ricerca di certezze sul proprio futuro, ma la ottenevano volo su un piano interiore, erano certi di aver consultato l’oracolo.
Alla porta del tempio si era avvisati: “Conosci te stesso”, se non conosci le ricchezze che già possiedi, come potrai godere delle altre?
Ci sono viaggi che non sono solo percorsi per strade, ma la via Egnazia in Grecia, percorsa seguendo l’infinita quantità di edicole votive, diventa anche un percorso interiore.
La prima tappa è la zona delle Meteore, con una foto voglio mostrare alcuni caratteri che emergono dalla spiritualità ortodossa, trasmessami dal contatto visivo e storico di questi posti:
La città, il monastero e la natura.
Il primo che è salito su queste asperità, ha voluto raggiungere attraverso lo spettacolo che la natura gli offriva un contatto con Dio, voleva dichiararne l’assoluto. Salire per questi monti non è stato un estraniarsi dalla città e dal mondo, anzi il profondo rapporto con la società greca l’ha salvaguardata dalle pressioni del mondo e anche degli oppressori.
Una preghiera incessante, sale da questi monti, colma il vuoto dell’uomo e della storia che altrimenti sono costretti all’involuzione, invece si aprono a scenari nuovi che ti offrono questi panorami, lontani dall’oscurità di chi vede solo se stesso.
Il campo nazionale di AC mi ha permesso di rinnovare i sentimenti del mio primo pellegrinaggio.
Avevo promesso di parlare di don Ubaldo molto tempo fa, mi perdonate se non approfondisco, perché ciò che sento è molto privato.
Dall’esempio di don Ubaldo e di altri sacerdoti che hanno preferito stare con la loro gente e morire piuttosto che aver salva la vita, colgo che la Grazia per me è il bene per gli altri.
Finalmente ho potuto sentire Francesco, testimone dell’eccidio, l’uomo che ha perdonato chi ha sterminato la sua famiglia.
Sogno con più forza un’Italia in cui è deplorato chi pensa solo a se.